Quando si parla di prendere una scelta importante come quella di studiare all’estero, le opinioni  online e di chi ci racconta la propria esperienza, tra amici e conoscenti, contano sempre. 

Emergono, tuttavia, racconti molto diversi tra loro. 

C’è chi descrive l’esperienza come la migliore della propria vita e chi, diversamente, ne sottolinea le difficoltà o il senso di spaesamento. 

Questa varietà di punti di vista è comprensibile: un anno all’estero non è un’esperienza standardizzata, ma un percorso molto personale, a tutto tondo, che non si limita alla vita scolastica di studenti e studentesse.

Nel mio lavoro di Orientatrice ed Educational Consultant specializzata nella progettazione di percorsi di studio all’estero, supporto studenti, studentesse e famiglie anche in questa fase di riflessione: non quando la decisione di partire è già presa, ma quando emergono dubbi, domande, aspettative spesso contrastanti. 

Decidere di studiare un anno all'estero

È qui che diventa fondamentale spostare l’attenzione dalle opinioni generiche a una domanda più utile:

“Questa esperienza è coerente con la persona che sono oggi e con il percorso che sto costruendo?”

Un anno di studio all’estero, soprattutto durante le scuole superiori, richiede consapevolezza, preparazione e tempo. Non perché sia “difficile” in assoluto, ma perché coinvolge aspetti emotivi, relazionali e identitari che vanno oltre lo studio. 

È per questo che l’orientamento e l’assessment svolti con alcuni mesi di anticipo rappresentano il vero fattore di successo dell’esperienza. Ma partiamo dall’inizio: dai pensieri di chi parte e, soprattutto, di chi resta perché molte domande e incertezze non hanno trovato risposta. 

Le opinioni di chi parte: entusiasmo, aspettative e realtà quotidiana

Chi racconta positivamente la sua esperienzaa di anno all’estero parla spesso di:

  • crescita personale;
  • maggiore autonomia acquisita;
  • miglioramento della lingua inglese;
  • maggiore apertura mentale. 

Queste opinioni emergono soprattutto da studenti e studentesse che, prima di partire, avevano una motivazione interna forte e una curiosità autentica verso il cambiamento.

Dai racconti che circolano online si percepisce però anche un altro elemento: l’esperienza è stata significativa non perché priva di difficoltà, ma perché chi è partito era pronto ad affrontarle.

Vivere lontano da casa, adattarsi a un nuovo sistema scolastico, costruire relazioni in un contesto culturale diverso richiedono flessibilità, capacità di gestione delle emozioni e una buona tolleranza alla frustrazione.

Molti studenti raccontano momenti di entusiasmo alternati a fasi di stanchezza, nostalgia o disorientamento. Questo non rende l’esperienza meno valida, ma evidenzia quanto sia importante partire con aspettative realistiche. 

Qui entra in gioco l’orientamento, che è finalizzato a supportare gli studenti e le loro famiglie nella scelta del percorso ottimale, in base agli obiettivi e alle caratteristiche personali e accademiche di ragazzi e ragazze.

Si tratta di una parte integrante del percorso di progettazione di un’esperienza scolastica all’estero, non come “spinta” ma per aiutare a distinguere l’immagine idealizzata di studiare in una boarding school o in un’università all’estero dalla sua realtà quotidiana, fatta di studio, impegni, responsabilità e adattamento.

Quando questa consapevolezza è presente prima della partenza, le difficoltà vengono lette come parte del percorso di crescita e non come segnali di errore nella scelta. 

Le opinioni di chi resta: quando non partire fa paura

Accanto alle testimonianze di chi parte, sono altrettanto legittime le opinioni di chi decide di non vivere un anno scolastico all’estero. 

Questa posizione viene spesso giustificata o difesa, come se richiedesse una spiegazione. In realtà, non partire può essere una scelta altrettanto consapevole, ed è comunque meritevole di rispetto e ascolto.

Alcuni studenti sono fortemente radicati nel proprio contesto, trovano soddisfazione nel percorso scolastico che stanno seguendo e intravedono prospettive future coerenti anche senza un’esperienza internazionale immediata. Altri sentono che non è il momento giusto, pur riconoscendo il valore dell’esperienza in sé.

Queste opinioni vengono talvolta interpretate solo come paura o mancanza di ambizione, ma nella mia esperienza non è necessariamente così. 

Spesso si tratta di una buona conoscenza di sé, dei propri bisogni e dei propri tempi di crescita.

In entrambi i casi, e qualunque sia la decisione, se partire o meno, è fondamentale non lasciare domande e dubbi aperti. 

Ciò può accadere quando nelle fasi di progettazione di un percorso di studio all’estero manca il tassello dedicato all’orientamento. Uno dei motivi può essere procedurale oppure i tempi per fare domanda sono così stretti che, erroneamente, si è portati a pensare di dover sbrigare in tutta fretta la parte burocratica per “non perdere un treno”.  

L’orientamento, invece, aiuta proprio a chiarire questo punto: capire se il “no” all’anno all’estero nasce da una reale consapevolezza o da timori che possono essere affrontati e superati. In entrambi i casi, il lavoro di assessment permette di trasformare una reazione istintiva in una decisione ragionata. 

Perché iniziare orientamento e assessment

Uno degli elementi che differenziano le esperienze positive da quelle più faticose è il tempo dedicato alla riflessione prima della partenza. Iniziare un percorso di orientamento almeno un anno e mezzo prima consente di affrontare la decisione senza pressione, di esplorare scenari diversi e di lasciare maturare la scelta.

Questo anticipo è utile non solo per gli studenti, ma anche per i genitori, che spesso devono rielaborare aspettative, timori e organizzazione familiare. Il tempo permette di metabolizzare quanto emerge nei colloqui di assessment e di valutare se procedere, rimandare o orientarsi verso altre soluzioni.

Grazie all’esperienza maturata in questo lavoro e alla formazione come Orientatrice Asnor, ho capito che studiare all’estero non è obbligatorio, e non è necessario per tutti. 

Chi è radicato, ha salde radici, sta bene nella sua situazione attuale, vede prospettive e possibilità future anche senza dover partire, non è da meno di chi ha uno spirito avventuroso e curioso. 

Se alcuni studenti non desiderano partire, questo non significa che siano “sbagliati”: hanno altre prospettive, a volte una fiducia diversa nelle proprie possibilità e un senso di realizzazione differente, né migliore né peggiore di chi parte.

Inoltre, può succedere che genitori che non hanno potuto avere queste opportunità decidano di proporle ai figli, carichi di aspettative, ma ricevendo poi inaspettati rifiuti. Altre volte, alcuni ragazzi devono faticare non poco per convincere genitori reticenti a lasciarli partire, a far capire loro che ne vale la pena. 

È paradossale, lo so, ma succede più spesso di quanto non si pensi. 

Ma il punto non è questo. 

Il punto è che decidere di studiare all’estero, che sia per un anno scolastico alle superiori, il diploma all’estero, un corso di laurea o un master, dovrebbe essere una scelta ponderata, mai imposta, ragionata e sentita dai diretti interessati.

Vanno indagate le motivazioni reali, che non sia una fuga a tutti i costi, che non ci siano illusioni fumose, che si abbiano strumenti per affrontare le sfide di un’esperienza all’estero, e che ovviamente non si decida di partire per fare contenti i genitori.

Per questo ho inserito dei colloqui di assessment, su modello orientamento, in ogni percorso di consulenza che svolgo: a volte se i dubbi sono tanti, separo i colloqui dall’intero percorso di supporto, proprio per lasciare tempo a studenti e studentesse e ai loro genitori di riflettere poi sui risultati dei colloqui, e valutare con calma se impegnarsi nella ricerca di opzioni di studio all’estero e domande di ammissione o aspettare o rinunciare (almeno per il momento).

E sempre per lo stesso motivo, ritengo sia molto importante svolgere questi colloqui con largo anticipo rispetto alle eventuali scadenze di ammissione o iscrizione, sia per togliere dalle spalle degli studenti il peso di dover decidere rapidamente per non rischiare di perdere opportunità, sia perché molte volte la scelta non è tra sì o no, ma richiede tempo per riflettere, alla luce di nuove considerazioni che emergono in orientamento.

Vale anche per i genitori, che spesso non si aspettano alcuni esiti dei colloqui e necessitano di tempo per metabolizzarli, o organizzarsi di conseguenza. 

Se stai quindi pensando ad un’esperienza all’estero per te o per i tuoi figli, e senti di voler affrontare dubbi e paure con un altro punto di vista, un percorso di orientamento è lo strumento giusto.

Parliamone. Contattami per un primo colloquio conoscitivo così da mettere a fuoco la situazione di partenza e le considerazioni da affrontare insieme.

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